il mare è la nuca del cielo 


quando scendo le scale
stringo forte il corrimano
quasi a misurare la forza
con cui sono attratto
al centro della terra.



verde come il suo crine
che lo copre a primavera.

e non guardo mai in alto
per paura di cadere
in un urlo senza fine
in un terrore eterno a cui
non segue mai la morte.

perché il cielo non ha fine.
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bengala di dolore 


capita che dopo un bagno
nell'acqua salata, squisita,
la pelle si ammorbidisca

appena prima di inaridisi,
un attimo dopo, a causa del sale.

subito dopo essersi disinfettata,
segnalando con bengala di dolore
le proprie brecce nella pelle
dovute alla vita vissuta,
all'attrito mondano.

la rete contro la pelle
del pesce pescato
senza squame, senza dio.

il rosso vermiglio
e lo sporco del mondo
trovano consolazione.
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della vulnerabilità 
è quando ci sentiamo vulnerabili
che smettiamo di vivere,

e cominciamo a morire.

guardiamo il cielo
ed invece che volare
sappiamo solo
immaginare di cadere.



quando comprendiamo,
di conseguenza,
che le nostre azioni
così sofferte,
così ponderate,
non differiscono
dallo sciabordio delle onde,

allora cominciamo a morire.
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