dal minuscolo browniano non nasce un cazzo 
vedo meglio quando ho gli occhi chiusi,
con la penombra del crepuscolo
adesso ch'è mezzanotte
vedo benissimo

tutto quello che c'è da vedere.

il mondo è convinto
dell'importanza
di tutta una serie infinita
di particolari,

minuterie
che muovono il suo tempo

dell'enorme ricchezza
del minuscolo browniano
in cui si riduce il tutto.

di cui poi non sa dire,
ma lo vede
ed è convinto che c'è.

non dico che sbaglia.

ma ho sempre smontato gli orologi,
per capire com'erano fatti
così decompongo i particolari,
svito bulloni ad uno ad uno
in un ordine che sembra voluto dal destino.

ricombinando le parti
di questo mondo infame.

e fondo un mondo nuovo
che nasce e muore in una riga
nello spazio tra me e la tastiera.

è così che vivo.

piantando alberi
nella pece secca della strada
poco prima della pioggia

urlando alla luna
-"anche ieri avevi detto che restavi, stronza!"

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what s.n.c. - io e le mie parti, seduti sull'equatore 
il ghiaccio si sta sciogliendo,
come i poli della terra
che son pieni della tua gloria.

tra i mille subappalti
delegati al movimento

vari coauguli di identità

nascono e muoiono nella memoria.



ogni ora.



come cubetti di ghiaccio
immersi in un liquido caldo.

così

il mio ginocchio,
la mia schiena,
le mie orecchie,

la mia mano destra,
la mia mano sinistra.

sono io.

abbiano fondato
una società a nome collettivo,
e ci siamo autoassunti
l'impegno di vivere

alla giornata

fermi sull'obiettivo
sempre sul pezzo

finché il pezzo c'è.

logorandoci a vicenda,
mangiandoci nella piena
condivisione delle sostanze.

io e le mie parti
abbiamo un rapporto particolare:
stabiliamo un cottimo,
e cominciamo a lavorare.

finché non sentiamo
finché non bruciamo
perché qualcosa cambi.

ma non cambia niente,
si incricca, si consuma

e c'è più niente di prima
a parità di cose, di parti.

ma cosa rimane?



dimmi cosa rimane



quando guardi nel
fondo di un bicchiere
seduto sull'equatore.

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cucciolo di mostro 
tra i polmoni e la gola
ho scavato una buca
profonda quanto basta
perché non entri luce.

profonda abbastanza
da raggiungere l'uovo
ancora caldo
delle mie angoscie.



ogni tanto mi tocca
passare di lì,
da quando l'ho scavata,
da quando s'è schiuso.

con in mano
qualche kilo
di carne fresca
grondante di sangue.

il suo lamento
affamato
m'assorda,
m'ammalia

accudire
quel cucciolo di mostro
che ho risvegliato

e che ora vive
lì dentro,
qui dentro

è una necessità.

ho pensato:

non lo gestisco,
non ce la posso fare,
lo darò in adozione:
me ne disfaccio.

ed invece scopro
che farei di tutto.

proprio tutto
per poterlo sfamare.

piccolo cuore mio.

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