Cos' è ? 

E' un cielo che urla,
una molla che si rompe,
una rondine in terra,
ed una candela finita.
Un' autunno splendido ci irrora, cantando,
-"E' tempo della pace! "-.
Soffocato dal peso dei compagni,
l' inverno ci coprirà con il gelo ed i caduti,
ma quell' eburneo canto
lo ascolteremo,
sottovoce commenteremo:
"La terra ci è testimone ed è l' unica alternativa
alla miseria ",
in modulazione di frequenza.

[ 4 commenti ] ( 19 visite )   |  [ 0 trackback ]   |  permalink  |  riferimento  |   ( 3.3 / 116 )
LE FIABE SONO UNA COSA CONCRETA - primo capitolo -  
- Una collana di parole. -
Introduzione
" Abcdefghilmno, puf! Eccomi: esisto...
Buonasera care "Orecchie " confidenti dei muri,
buonasera perchè immagino che sia sera da tutte le parti, così
come pare esserlo dappresso a me. Sembrava impossibile che qualcuno si
accorgesse di Voi, ma Voi siete sempre esistiti...solo raramente siete
stati chi avreste dovuto essere, come dire fra i muri giusti. Le leggende
su di voi, fanno sì che costituiate la spina dorsale della capacità
catartica del dramma , e la fonte, la materia prima di ogni Spettacolo
Animale. L' ho sempre creduto, non avrei potuto fare altrimenti. La realtà
è uno spettacolo Fruibile, anzi lo DEVE essere. Voi esistete ed
ascoltate i muri così come loro non vi hanno mai parlato
in prima persona. Siete sempre stati lì, a condividere con i giocatori
il paesaggio, le pause espressive ed i momenti della più templare
intimità, senza mai guardare negli occhi nessuno, senza essere
da nessuna parte...aldilà dei muri, anche Voi. Si arriva alla esperienza
dei "Sè " attraverso i muri (ormai l' avrete capito,
il muro è il corpo, la veste materiale dell' anima), confini che
danno denotazione . Confini che vi fanno così "incontrare
il Nulla " che coercitivamente organizzate all' interno dei Vostri
contesti valutativi nelle dinamiche del dialogo. Tutto qui e lì,
nell' esperienza e nelle opinioni, trova una fine Cartesiana ( una non-fine).
Un' eterno rifluire di valori e riflessioni che arricchiscono il mondo
di nuovi parti ed originali contributi alle Egemonìe di nicchia;
Voi che siete un mistero a cielo aperto, siete la prova ed insieme i primi
conoscitori incoscienti del Motore Immobile.
Siete la fiamma che lascia supporre la scintilla.
Non potendo conoscere solo voi stessi avete studiato gli altri: senza
una ignoranza primordiale non si và da nessuna parte, non ce n'è
motivo...voi lo insegnate.
No, non lo insegnate date spazio alla fantasìa piuttosto che deve
spiegare quel che succede... Lo "Mostrate Esistendo " in quel
Niente lì, fra un muro e l'altro.
La potenza delle Opinioni di un uomo si riflette nella consapevolezza
che una oggettività di pensiero è impossibile senza un'
Egemonìa di nicchia o di massa cui riferirsi per invocare lo spettro
della Condivisione che assenta alla nostra identità...bisogna creare
una Letteratura di Riferimento Necessaria per la Nostra Libertà.
Dobbiamo scrivere per essere liberi di attraversare le dogane della comunicazione.
Anche la certezza è una opinione ( nel senso che essa è
condivisibile ma non necessariamente ). Tutto ciò che ci
ostiniamo a chiamare epistemologìa, non è altro che una
specie di fondamento logico (che modo strano di chiamare le fiabe!) della
fiducia in noi stessi o in quello che facciamo. Comunque io narro all'
incirca sei ore della vita di "Sara " e dei suoi amici di sempre.
Ho usato le virgolette perchè "Sara " è il nome
che lei ha imposto agli amici, ed "Io " in prima, ehm, persona,
ma comunque tutti "qui " le vogliono un bene dell' anima.

[indulgete sui miei vent'anni]


[ commenta ]   |  [ 0 trackback ]   |  permalink  |  riferimento  |   ( 3.2 / 84 )
UN SABATO D’AGOSTO 



Yesterday was il più hot San Lorenzo’s feast che I remember, qui a Firenze.
L’anno è il duemilauno e la stagione non sembra mai quella giusta; il Signore non ci ha mai concesso alcuna eccezione, as usual.
Non è fantascienza, is it?
Quest’estate, come tutte le stagioni che ricordo, più o meno, dai miei diciassette anni in poi, m’aveva promesso un duro lavoro e lo aveva fatto nel suo modo solito: mostrandomi i parti, ciclici, della natura nei posti che più frequentavo, scegliendoli a caso, per giunta, fuggendo dai sentimenti di insufficienza e insoddisfazione che battezzano i miei momenti ed i miei giorni, da quando più non so.
Quel giorno mi era sembrato strano dall’inizio, mi ero appena svegliato e mi sembrava già sera. Il tempo mantiene le promesse, ma sarebbe stata sera sul tardi. Come al solito il desiderio ha da durare nel tempo, o non è; Pace.
Mi ero svegliato abbastanza presto, alla fine. Comunque incurante – sembra strano - dei privilegi di cui uno studente fuorisede poteva usufruire in quell’ultimo semestre di pacchia: svegliarsi alle nove è un lusso – a volte un dovere disatteso, il mio caso -. Conciato com’ero, mi sembravo strano anch’io, a pensare come al solito a tutto quanto potesse contenere la mia fantasia, ed il mio bisogno di giustizia. Soprattutto allo specchio, e di mattina.
Tanto strano.
Tanto strano da aver bisogno di passeggiare per sentirmi lontano da me stesso, e/o dal mio giudizio. Non ne potevo più delle mie paturnie. Ma volevo andare “fuori”.
A viaggiare.
Così alla fine uscii fuori da casa, strozzando la nazione del babbo che immaginava tenergli compagnia alla Sieve; sotto il sole a cuocere mentre pescava i pesci che non avrebbe mai mangiato.
La mamma non lo avrebbe permesso.
La nonna dice che di questi tempi non si respira più.
Non si riesce a vivere dal caldo.
E si va al fiume, è una moda. Il babbo, però, se l’era presa per la Nazione. Non che la leggesse. La mamma voleva un uomo che leggesse il giornale, e lui ci si sventolava d’agosto e d’inverno c’appicciava il fuoco.
Essere è recitare, tanto gli altri sono fuori.
Ero in Repubblica, credo, quando sorpassai il birraìno davanti la Prefettura. Lo sguardo si posò s’una mora, poi s’una bionda ammiccante.
Ne presi solo una spagnola – o messicana - al limone. Con un po’ di limone, anzi.
Ero fortunato, così sarei andato alle Cascine a vedere il fiume, come un fanfarone al bagno, e le carpe-eprac fare così-ìsoc.
Non ero neanche arrivato alla farmacia, quando vidi ciò che dovevo vedere. Languivo dalla mattina dal bisogno che una simile esperienza, mi potesse capitare.
E m’immaginai una storia. Una Storia come non se ne raccontano più.
Una.


Interdetto,

perso,

tra sei miliardi

di sorrisi,

nuche,

e nasi,

bocche,

cuori,

e culi, fighe e cazzi,

gatti,

cani,

e porci.

Mi tuffo

dal gradino più alto

che conosco.

Così.

Senza un motivo.

Per vedere l'effetto che fa.


Pensavo giustappunto al niente, quando quegli occhi verdi, e sporchìcci insieme, vidi ad insegnarmi Firenze: puliti e sognanti il profumo delle cose quadrate e singolari che, soprattutto a la mattina, in modo insolente e scomposto pettinano i pensieri.
Due gemme, mica scherzo, avvolte nel corpo e nei panni di una questuante deforme, di sabbia; sabbia sporca che nessuno vedeva, e che mi sconvolse, lì nel bagnasciuga, vederla morir di sete.
Come c’era finita qui? Chi era? Chi è? Che pensa?
E d’un tratto la mia fronte imperlata s’arricchì ancora di sudore, il mio capo spontaneamente si volse verso la linea d’aria che conduceva a casa mia.
Inconsapevolmente.
“Come c’era finita qui? Chi era? Chi è? Che pensa?”, pensai.
Un attimo dopo mi sembrò di non riconoscere più nulla di quello che mi circondava, non che me ne fregasse molto, in fondo, e di colpo, mi sentivo immensamente più libero.
Non avevo più una casa?, una città?, una strada familiare?, pace.
Avevo finalmente riscoperto il mondo scomparso della pietra e della carne cruda, o poco cotta, dell’amore a tergo, dei cuccioli e non dei bimbi, degli uomini miopi senza occhiali, del sangue delle donne che è solo fertilità, come la pioggia, e mai vergogna… eccetera, eccetera.
Della vita che respira l'aria libera degli apolidi e non sa chiedere niente.
Dopotutto, i parti e le lontane promesse di Pace, e di cittadinanza, sono il niente fuori della Storia, da sempre.


[ 6 commenti ] ( 47 visite )   |  [ 0 trackback ]   |  permalink  |  riferimento  |   ( 3.1 / 93 )

Indietro Altre notizie